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Non solo volontariato, ma anche scoperta dei luoghi della Roma cristiana e della spiritualità del santo di Loyola. Dal 31 luglio all’8 agosto il campo “Vacanze romane. Aperto per ferie” — promosso dal Centro Astalli, del Servizio dei gesuiti per i rifugiati — radunerà a Roma giovani fra i 20 e i 35 anni in arrivo da tutta Italia per un’esperienza di servizio a rifugiati e richiedenti asilo in varie strutture: dalla mensa di via degli Astalli al centri di accoglienza per uomini a San Saba e per famiglie al Nuovo Salario, dalle scuole d’italiano a “Casa di Giorgia”, centro per donne. «In un periodo dell’anno in cui scarseggiano i volontari, gli stranieri da noi raggiunti non vanno certamente in vacanza», ricorda padre Giuseppe Trotta, ideatore e organizzatore dell’originale iniziativa giunta ormai alla terza edizione, che si propone di «offrire anche un’occasione per conoscere la realtà dei rifugiati e le problematiche connesse alla loro accoglienza per via “esperienziale”, secondo i canoni della pedagogia ignaziana, vivendo per quanto possibile a diretto contatto con loro». Quindi le attività pomeridiane puntano a favorire le relazioni personali, costruttive e stimolanti: infatti sono svolte «quanto più possibile insieme agli ospiti, per “rompere il ghiaccio” e favorire la conoscenza e il dialogo». Previsti momenti di festa a base di riso, gelato, anguria, partite a calcetto e calcio balilla, e la visita facoltativa a qualche mostra o museo, per poi tornare alla “base”: i locali della parrocchia di San Saba all’Aventino. Ma la particolarità della settimana, «oltre a “sporcarsi le mani” con il servizio materiale», è quella di formare in ambito sociale e spirituale: si va dal «fornire informazioni, ascoltando la testimonianza diretta di un rifugiato, guardando film, dialogando sulle problematiche socio-legali dell’accoglienza con Berardino Guarino, direttore della Fondazione Astalli», sino al dare «solide motivazioni all’impegno: abbiamo pensato di sfruttare il potenziale storico e artistico della città ». Come? A partire dalla meditazione mattutina di alcuni brani della Scrittura collegati o al tema del servizio o alle figure di “rifugiati” biblici (Abramo, Giuseppe, Mosè, l’Esodo, nonché la stessa Santa Famiglia), per approdare alle «visite ad alcuni luoghi significativi per le origini della vita cristiana. Perciò portiamo i partecipanti a visitare la Domus ecclesiae di San Clemente e le catacombe di Domitilla», anticipa padre Trotta. I frutti sono sorprendenti, riferisce il gesuita: «Oltre allo spirito di collaborazione e di amicizia che si genera dopo qualche giorno di campo, abbiamo verificato come i volontari restino meravigliati dalle storie rocambolesche e spesso tragiche dei rifugiati, dalla loro voglia di imparare la lingua e di rifarsi una vita in Italia, dallo spirito di accoglienza e ospitalità , testimoniato dal tè che gira durante le lezioni d’italiano; l’anno scorso hanno addirittura offerto la cena a tutti a base di riso basmati cucinato all’iraniana, con il pollo e l’uvetta». Il dialogo e il rapporto diretto con gli stranieri incontrati, quindi, «comunica una grande carica di speranza, per la forza e la tenacia con cui affrontano le mille difficoltà legate alla vita in un luogo completamente diverso da quelli di provenienza. Così i partecipanti tornano a casa portandosi dietro un po’ di questa forza, che sarà utile a molti di loro». 5 luglio 2010 |
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