Quando dai vari angoli di Roma cerchi un elemento caratteristico del panorama, riconosci subito la cupola di San Pietro, Trinità dei Monti, i palazzi più importanti e le chiese più belle. Ma guardando un po’ più avanti, verso nord, si nota una costruzione che non è certamente una chiesa, ma richiama l’attenzione per il fascino che il suo disegno emana, per la luce che a ogni ora del giorno illumina e impreziosisce ora una parte, ora un’altra di quella che è la più grande moschea d’Europa, un vero gioiello d’architettura progettato da Paolo Portoghesi. Lo si capisce anche dalla rivalutazione del territorio su cui sorge questo importante luogo di culto da ormai quasi 45 anni. Â E’ la terza volta che entro in questo luogo che stamattina è quasi deserto. Tutti sono al lavoro, anche lui, anche Abdellah Redouane: è il Segretario Generale del Centro Islamico Culturale d’Italia che ospita la Moschea. Il Centro, l’unico ente islamico riconosciuto dallo Stato Italiano con un decreto del Presidente della Repubblica dal 1974, si occupa di vari servizi religiosi e culturali che riguardano la vita della comunità presente a Roma e nel resto del paese. Sposato e con due figli, Redouane è a casa sua qui: da quasi 14 anni nella Capitale, si sente parte attiva della città .
Come è arrivato qui a Roma?
“Come ente italiano, il Centro ha un suo consiglio di amministrazione, un’assemblea generale. Quando questi due organi hanno chiesto a vari paesi di proporre un candidato alla Segreteria Generale, il Marocco, il mio paese, si è rivolto al Ministero degli Affari Religiosi dove lavoravo, e questo spiega un po’ il mio arrivo a Roma. Sono stato anche Capo di Gabinetto del Ministro e Direttore Generale del centro studi e della sala stampa. Con questo percorso, si può capire che la mia candidatura sia stata ritenuta tra le più interessanti per Roma, e forse la più adatta”.
Qual è la funzione di Segretario Generale del Centro?
“Il Segretario Generale è l’organo esecutivo del Cda che prende le decisioni strategiche. Il compito mio e dei miei collaboratori è quello di elaborare politiche concrete in base a quelle decisioni. In più rappresento il Centro presso le istituzioni italiane e la società civile”.
Come è nato questo Centro?
“Il Centro è nato da una doppia volontà . Da una parte, tanti musulmani che vivevano a Roma hanno espresso il desiderio di avere qui un luogo di culto. Allo stesso tempo si è manifestata la volontà dell’istituzione di esaudire questo desiderio; il Comune di Roma ha offerto il terreno dove ora siamo e dove la Moschea e il Centro sono sorti nel 1966. Questa è la cosa importante, il luogo di culto non può essere imposto, ma deve nascere dal desiderio e dal diritto dei richiedenti e dalla volontà istituzionale, ma anche della gente che abita i dintorni del posto”.
Perchè un centro culturale accanto a un luogo di preghiera?
“Il Centro culturale e la Moschea sono elementi complementari. Pregare è adorare Dio, le altre strutture svolgono un ruolo che vanno nel senso dell’integrazione e della preghiera, perché ogni azione può essere preghiera. Abbiamo una scuola, nata per rispondere a una richiesta precisa, frequentata per il 98% da studenti italiani non musulmani che vogliono imparare l’arabo: è un bellissimo esempio di “ponte culturale” ben riuscito. Se poi pensiamo che l’arabo è legato al Corano, che è la lingua della rivelazione, si capisce subito perché cultura e preghiera vadano a braccetto”.
Quali sono le altre attività che seguite?
“Sono attività che vogliono essere un valore aggiunto per Roma e per il mondo, che ci permettono di condividere la vita della città e di esserne parte del panorama, non solo geografico. Ad esempio ogni sabato e ogni mercoledì il Centro è aperto alla visite, tanti vengono dall’estero solo per la Moschea; ma ci sono anche studenti d’architettura che arrivano ogni anno dalla Germania e dagli Stati Uniti, e un po’ da tutte le parti del mondo. Ma c’è anche la nostra partecipazione a eventi culturali e sportivi come la “Maratona” di Roma che passa proprio qui dietro. Abbiamo contatti con tante associazioni per collaborare, anche se non riusciamo a rispondere a tutte le richieste, non avendo forze a sufficienza. Partecipiamo sia con il Vaticano sia con il Comune di Roma alle maggiori iniziative nel campo del dialogo interreligioso e culturale”.
Vi sentite dunque parte attiva della città ?
“Posso tranquillamente dire che il Centro si sente talmente impegnato e responsabile della sua città , che non possiamo rimanere fuori da ciò che sono anche le sue problematiche. C’è un intermediario straordinario, che è la società civile, che ha fatto da legame tra noi e gli amministratori politici, facendo nascere un rapporto di stima, di rispetto reciproco che ci ha fatto collaborare con lo stesso impegno per risolvere insieme tanti problemi comuni della città : questo fa parte del nostro vivere insieme, che porta con sé la gioia, ma anche qualche problema: può essere quello dei trasporti piuttosto che quello della spazzatura, o del mercato; ma sono problemi che possiamo superare con il dialogo e la comprensione reciproca. Io penso che nei rapporti con i cittadini, se c’è il rispetto reciproco, l’80% dei problemi si possono risolvere. Ecco perché noi siamo soggetti attivi della città ! Siamo parte del II° Municipio di Roma, che sentiamo nostro, non ci sentiamo stranieri o altro perché viviamo per lo stesso scopo per il quale viviamo tutti”.
Roma è comunque la capitale del cattolicesimo…
“E questo è un fatto positivo. Abbiamo parlato tanto con il comune della questione del culto per la città di Roma, che viene fotografata giustamente come capitale del cattolicesimo. Noi lo viviamo ogni giorno, ed è una particolarità questa che altre città non hanno. Roma deve accogliere di più il fatto religioso, il suo fatto religioso, per poi diventare capitale del dialogo. Sono peculiarità che Parigi o Londra, non hanno. E’ una vocazione che Roma ha per la sua storia, per la sua posizione geografica e che deve riscoprire e valorizzare. Il fatto di avere qui il Vaticano, la Sinagoga e la più grande Moschea d’Europa è una cosa importantissima per tutte e tre le fedi, se arriviamo a sfruttare le ricchezze di ognuno per dare segnali di unità che valorizzano ogni identità ”.
Cos’è la diversità ?
“Per capire la diversità è necessario capire l’identità , che non è chiusa in una definizione. L’identità nasce nel confronto con gli altri, e con quello che la nostra storia personale ha forgiato in noi. Io non sono quello che ero a 18 anni, perché c’è un cumulo di esperienza che ha effetto sulla mia personalità . Quindi c’è un elemento di credo, di fede, e un elemento storico che si forma nel tempo e che ci rende diversi, anche nel percepire la propria identità . Sarebbe un insulto all’intelligenza umana pensare di essere tutti uguali o di non poter cambiare mai. Da come io colgo la vita, con quanto detto prima, sono diverso da te, ma sei tu che mi permetti di cambiare e di avvicinarmi o allontanarmi da te”.
Quindi la diversità è un valore in rapporto all’altro?
“Certamente. Io giro molte chiese di Roma, anche dal punto di vista turistico; quando entro in una chiesa per me quello è un luogo sacro, perché so che per un cristiano è un luogo di preghiera, e quindi mi metto lì e prego anche io senza disturbare il vicino. La preghiera avvicina la creatura al suo Creatore, e io in chiesa sento la serenità , proprio perché sono differente”.
Le sue parole rappresentano una bella definizione di dialogo e di conoscenza in una città ….
“I musulmani non sono solo al mercato, ma vanno anche nei luoghi dove nessuno li aspetta, vanno a scoprire le bellezze di Roma, girano le chiese, i luoghi frequentati da tutti, perché sentono e amano la loro città come gli altri. Sono momenti straordinari che sarebbe bello condividere di più anche con voi”.
L’Islam è una religione fatta per la città ?
“Studiando la storia sicuramente si può capire come la città sia importante, la religione crea la città . Ci sono degli studi fatti che dicono che il luogo del culto è in genere lì dove si riuniscono le persone per discutere i problemi della comunità . L’Islam si può vivere anche nel deserto, ma fiorisce in città e ne dà un contributo fondamentale, diventa il legame della comunità . La Mecca e Medina, per noi città importantissime, dimostrano proprio questo. Nel Corano i versetti composti a La Mecca sono legati al rifiuto del paganesimo, a dare la conoscenza di Dio. Ma quelli composti a Medina parlano dei rapporti in famiglia e tra le persone attraverso il vivere insieme in una città ”.
Può dire alla luce della sua esperienza che ci sono elementi di fraternità qui nella città di Roma?
“Direi di si, non ci sono dubbi, le esperienze di questi anni lo dimostrano e il Progetto Città deve portare un contributo in questo senso che è indispensabile. Io mi sento già parte di questo progetto perchè da sempre lavoriamo con la comunità in questa direzione insieme alla città di Roma, a quelli che abitano vicino alle nostre case, a quelli che ci vengono a trovare o che noi troviamo. Il problema è l’individualismo che non permette alle persone di vedersi e di capirsi. Dobbiamo tornare a questo dialogo, a conoscerci per prendere insieme le misure della città e operare dando ognuno il contributo che nasce dalla diversità , appunto. C’è un ruolo importante da svolgere… non ci sono dubbi”.
Ma cos’è la fraternità per Abdellah Redouane?
“E’ il desiderio di volere per il mio prossimo ciò che voglio per me. Le definizioni immobili mi fanno paura, perché possono diventare delle maschere che nascondono qualcosa. Ma il desiderio prevede un comportamento conseguente, che è sempre nuovo e diverso a seconda della persona che hai davanti. E’ capire chi è l’altro, di cosa ha bisogno, e agire di conseguenza”.
Intervista di Paolo BalduzziÂ
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