Un contesto preciso in cui declinare la speranza (…) ci sembra la città . Non solo perché il
70 per cento della popolazione italiana vive in un contesto urbano, ma per il fatto che essa è
diventata il luogo in cui si concentrano tensioni e sfide planetarie dovute alla globalizzazione e alle
migrazioni. C’è quindi un fascino in più nel lavorare dentro la città . Lungo le sue arterie viaggiano
le contraddizioni più stridenti del villaggio globale. Scegliere l’orizzonte della città significa perciò
porsi esattamente nel punto di crisi della modernità .
Crocevia di sfide
Considerata sino a qualche decennio fa lo spazio della libertà e della protezione, delle opportunità e
della relazione, la città è ora pervasa da un clima di inospitalità e insicurezza, illegalità e
abbandono. L’enfatizzazione, inoltre, con cui i mass media trattano i malesseri della vita urbana
accentua la percezione di una città non più a misura di persona. E’ altrettanto indubitabile che la
crisi della città e delle città denuncia una crisi più profonda, quella relativa alla concezione
dell’uomo e delle sue relazioni con gli altri e con l’ambiente.
Anche nei Paesi sviluppati la povertà si concentra nelle aree urbane: il numero dei poveri cresce più
rapidamente in città di quanto cresca la popolazione complessiva della stessa città . La povertà
urbana si organizza in aree ben precise o per aggregazione etnica. E’ perciò prioritario capire cosa
siano oggi le periferie nelle nostre città , dove si cumulano fragilità , marginalità sociale, processi di
esclusione. Ma non è più il caso di affidarsi alla visione tradizionale e consolidata del problema
Periferia, condizione mobile
Oggi la periferia è una condizione mobile, situazioni di disagio diffuso, luogo della disuguaglianza,
povertà di scenari urbani umanizzanti, carenza di capitale relazionale, spazio banale senza qualità e
significati, assenza di cura e di responsabilità . Questa periferia sempre più frantumata sul territorio
diviene in qualche modo invisibile, quindi più difficile da rientrare nelle politiche urbane e in quelle
sociali, sino a rischiare di non essere più inserita nell’agenda politica.
Domanda abitativa, mercato senza regole
Vivere in città è sempre più difficile anche in ragione della difficoltà di accedere al mercato
abitativo. Nelle grandi città italiane la domanda di case crea una vera e propria emergenza abitativa.
Si dice che manchino le case, ma riteniamo che si tratti di un assunto molto semplificato di un
quadro più complesso. E’ vero che molte domande abitative non trovano risposta, ma è soprattutto
da notare come i meccanismi che regolano il processo di selezione della popolazione e le logiche di
massimizzazione dei profitti immobiliari penalizzano alcune componenti sociali — i giovani, le
famiglie di nuova formazione, le famiglie immigrate, gli studenti — e ne favoriscono altre.
L’esito è vedere crescere nelle città una polarizzazione tra ricchi, da un lato, e classi medie e
popolari minacciate dalla “povertà modernizzata”, dall’altro. In questo quadro il soggetto pubblico è
chiamato ad assumersi maggiori responsabilità , non solo come promotore edilizio, ma anche come
soggetto di nuove offerte (una quota di canone moderato nelle nuove realizzazioni) e come
regolatore di un mercato spesso privo di regole e speculativo. Allo stesso tempo, è indispensabile la
presenza attiva di una società civile sensibile al diritto alla casa e refrattaria ad ogni comportamento
speculativo o opportunistico.
Abitabilità delle città
L’abitabilità delle nostre città non si esaurisce naturalmente nel mero diritto di possedere una casa,
ma investe il tema della qualità della vita, degli spazi pubblici, il diritto al verde, alla salute, al
benessere collettivo. Per rendere abitabili le nostre città occorre lavorare sugli spazi intermedi, sugli
spazi pubblici e comuni – in modo da favorire la vicinanza e l’incontro – ma anche sui vincoli di
reciprocità , sui legami tra le persone così da rinsaldare tra loro rapporti di convivenza.
Casa di identità
La sfida della città ha oggi un particolare fascino. Storici, filosofi e antropologi concordano nel dire
che la città fa parte di quelle comunità costitutive, universali — come la famiglia — non legate a
questa o a quell’epoca, a questo o a quel continente, ma qualificanti l’identità di una persona.
Guardando, insomma, alla città capiamo l’uomo. Essa è il risultato del naturale bisogno di identità
della persona e del suo altrettanto naturale bisogno di dialogo con l’altro da sé. E cosa sono le
nostre città se non il frutto della sedimentazione di identità : di correnti culturali, di ispirazioni
artistiche, di rapporti con il trascendente. La città , dunque, come “casa di identità ”.
Spazio delle relazioni
La città è anche “spazio relazionale”, scelta dell’individuo di vivere assieme agli altri, di portare la
propria famiglia ad arricchirsi della vicinanza dell’altro, frutto di un bisogno funzionale, ma anche
della consapevolezza interiore che la relazione è un dato antropologico costitutivo. Da una semplice
convivenza tra simili la sfida della città è una vera e propria comunità umana: non più solamente
“con l’altro”, ma “per l’altro”.
Il terreno delle sfide
Nella città si coagulano le sfide principali che interpellano la nostra convivenza. Quattro per tutte:
la scelta dell’incontro o della scontro tra religioni, dell’incontro o dello scontro tra culture,
dell’incontro o dello scontro tra generazioni, la sfida della giustizia sociale.
Laboratorio privilegiato
La città può perciò rappresentare una somma di problemi di difficile soluzione, ma può anche
diventare un laboratorio privilegiato per innescare più agevolmente processi di cambiamento, di
ricomposizione sociale, di apertura e flessibilità . La città costituisce un’opportunità a motivo della
sua “globalità localizzata”, perché permette una serie di relazioni, condotte sotto lo sguardo e a
misura di sguardo, esposte al ravvicinato controllo etico, che possono avviare soluzioni maturate sul
territorio ma potenzialmente da innestare e riprodurre in ambito più globale.
Quattro passaggi
Alla luce di un approccio di tal genere, quanti sono ispirati dal carisma dell’unità hanno maturato
riflessioni ed esperienze a conferma che la fraternità , anche nell’orizzonte della città , non è
un’utopia. Tanto che dalle prassi civili e politiche sorte in situazioni e contesti assai diversi si
possono individuare quattro passaggi che sono sempre presenti e qualificano l’impegno per la città .
Scommettere sulle relazioni
Il primo passaggio rimanda ad un’espressione di Chiara Lubich: «Tutti saranno uno, se noi siamo
uno». Dentro i confini della città , la capacità di relazione che caratterizza i piccoli gruppi costruisce
più facilmente un ambiente favorevole, dove il dinamismo della quotidianità si dimostra vincente,
capace di sovvertire le rigidità del potere e dei processi politici ed economici, con la creatività della
fiducia, della generosità , dell’iniziativa personale, del perdono e della riconciliazione, della
perseveranza, con un’inaspettata capacità di contagio. E’ una riflessione che va facendosi spazio,
nell’ultimo periodo, nelle analisi di vari studiosi della realtà sociale alle prese con la
frammentazione della “società liquida”. Questo conferma che se si dà vita a relazioni nuove, si offre
alla città la risposta che essa attende e da esse si lascia contagiare. Si apre quindi la possibilità che le
nostre città cambino destino: invece di andare verso la frantumazione totale, con i conseguenti
problemi di sicurezza, di chiusura tra quartieri, accade che si possono avviare processi in opposta
direzione.
Il “centro” della città
Da dove iniziare? E’ fondamentale e prioritaria una scelta da cui guardare la città nel suo complesso
e nelle sue articolazioni: mettere al centro il “minimo” della nostra società , prenderlo come misura
di costante riferimento, puntare lì la punta del compasso e disegnare attorno il cerchio d’azione. Ma
far ripartire la città da lì non significa avviare o potenziare azioni a favore dei poveri. C’è di più:
vuol dire renderli, insieme a tutti gli altri cittadini, soggetti di un nuovo concetto di sviluppo della
comunità . Se si abbattono, ad esempio, le barriere architettoniche della città , rendiamo la città
vivibile per tutti, non solo per quanti possono avere una disabilità . Non mancano barriere tra
culture. Ebbene, la cultura che ha oggi più difficoltà d’integrazione deve trovare, nella nostra
azione, una “sovra-rappresentazione positiva”, venire cioè privilegiata nel suo potersi esprimere , in
armonia con le altre culture. Potrebbero così essere evitate le drammatiche conseguenze che
derivano sempre dalle ghettizzazioni.
Trovare la vocazione
Siamo abituati a vedere le nostre città con il caos del traffico, il caos delle etnie non integrate, il
caos del consumismo, il caos dei problemi sociali. E’ allora necessario acquisire un altro sguardo,
compiere un’operazione di conoscenza della propria città , percorrendola lungo le sue vicende
storiche, civili e religiose, istituzionali e associative, attraversare le sue risorse e le sue ferite, fino a
comprenderne il disegno, quella vocazione particolare che la fa diversa da tutte le altre, un dono per
la convivenza tra i popoli.
Il concorso di ciascuno
La città nuova non va costruita dalle fondamenta: Esiste già . Va solo posta in luce,facendo scoprire
ad ogni cittadino la sua risposta alla città , la sua responsabilità civica, chiedendo a ciascuno di fare
dono con piena consapevolezza alla comunità di ciò che egli è. Al medico di curare ogni paziente
pensando al benessere dell’intera città , all’imprenditore di compiere le sue scelte aziendali
consapevole della responsabilità sociale che gli compete, all’insegnante, al fruttivendolo, alla
casalinga, tutti nella dinamica del “per la città ”. Il lavoro di ciascuno, i suoi talenti, la propria
passione diventa la risorsa di ognuno per vivere e far vivere la città .
La prospettiva della rete
L’impegno nella città apre alla collaborazione tra le città , sino alla creazione di una rete tra le città .
Per governare la globalizzazione è necessaria una riforma vigorosa e perseguita con determinazione
politica dalle istituzioni internazionali, ma è indispensabile anche promuovere, sviluppare e
rafforzare una rete di relazioni di “diplomazia diffusa” popolare e decentrata. Persone ed organismi
che hanno imparato a conoscersi e stimarsi, a collaborare e ad apprezzarsi reciprocamente, più
difficilmente si presteranno ad assecondare le logiche della violenza e le derive dell’estremismo.
Una democrazia comunitaria
L’intento di fondo è quello di «realizzare assieme una democrazia comunitaria, partendo proprio
dalla città ». E’ quanto ha indicato Chiara Lubich, consapevole del ruolo strategico delle città nella
prospettiva di un mondo sempre più unito. «In esse — argomenta la fondatrice dei Focolari — nuove
possibilità di partecipazione e una nuova disponibilità all’ascolto apriranno strade inattese per il
riscatto degli ultimi». E ancora: «Partendo dalla base, dalla città come dimensione fondamentale
della politica, potremo fornire progetti, idee utili anche per rinnovare la politica mondiale, oggi
indebolita da forti ingiustizie, dimostrando che è possibile l’unità nella diversità , un progetto
politico condiviso pur nel rispetto del pluralismo, una società globale, ma fatta di mille preziose
identità ».
Proposte:
· Città laboratorio. Eleggere le nostre città ad ambito unitario di sperimentazione della forza
trasformatrice del Vangelo vissuto. La struttura organizzativa della comunità ecclesiale non
abbraccia in pienezza al presente la dimensione urbana nel suo contesto complessivo. La
parrocchia insiste solo su una porzione del territorio, mentre la diocesi supera la città per
servire un’area più vasta. Ecco, perciò, che nessuno guarda e si occupa della città in quanto
tale in modo organico e non estemporaneo. Eppure presenze e iniziative della comunità
ecclesiale innervano la vita urbana. Da qui, la necessità di scattare una fotografia, favorire
un coordinamento, avviare una riflessione, sostenere un discernimento comunitario cittadino
per porsi come popolo del Vangelo a servizio della vita urbana. L’esperienza di incontro e di
riflessione alla luce del Dottrina sociale della Chiesa tra i principali gruppi del laicato
organizzato che s’è sviluppata negli ultimi anni a livello nazionale – denominata Retinopera
– potrebbe costituire un esempio e un modello. Potrebbe sorgere, in ambito cittadino, un
laboratorio innovativo e appassionante e una presenza significativa e visibile proprio in un
periodo in cui lo sforzo di analizzare, pensare e proporre è ormai quasi esclusivo
appannaggio di circoli ristretti con interessi specifici. Vanno invece recuperati il rapporto tra
abitanti e destino della città e il legame tra vissuto ed elaborazione.
· Cittadinanza agli immigrati: riduzione dei tempi. La legge che regola le norme sulla
cittadinanza risale al 1992. Nel frattempo è decisamente mutata la situazione dell’Italia in
relazione ai flussi migratori, passando da meta transitoria verso l’Europa centrale a
destinazione definitiva e stabile, come comprovato dalle stesse scelte degli immigrati che
mettono su un’azienda e acquistano la propria abitazione. Sembra proprio che il principio
dello jus sanguinis vada sostituito da quello dello jus soli, mitigato però dalla permanenza
del nucleo familiare nel nostro Paese. I dieci anni previsti dalla normativa vigente risultano
ormai un tempo troppo ampio. E’ auspicabile una riduzione almeno a sette anni. Per i minori
nati in Italia da genitori soggiornanti legalmente, l’acquisizione degli stessi diritti dei
coetanei va condizionata, come indicato da più parti, con il completamento di un ciclo
scolastico o professionale.
(estratto dal contributo del Movimenti dei focolari
alla riflessione per la 46.a Settimana sociale)
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