Una svedese a Roma

Madre di otto figli, una volta morto il marito e sistemati i figli poté obbedire alla sua vocazione e partì per Roma. I motivi erano molteplici: partecipare al Giubileo, sollecitare presso la Curia romana la conferma papale dell’ordine a cui aveva dato vita e soprattutto lavorare per il ritorno del papa da Avignone. La partenza avvenne all’inizio dell’autunno del 1349: Brigida non avrebbe più rivisto la sua patria.

sbrigid2I Paesi che Brigida attraversò erano in quel tempo sconvolti dalla peste nera. In Italia la prima tappa fu a Milano, poi Pavia e Genova dove i pellegrini si imbarcarono e proseguirono il viaggio per mare fino a Ostia. Da Ostia i pellegrini raggiunsero Roma a piedi, facendo sosta alla basilica di San Paolo. Brigida e i suoi trovarono alloggio all’albergo dell’Orso, sulla riva sinistra del Tevere, di fronte a Ca­stel Sant’Angelo. Il fratello di Papa Clemente VI, allora ad Avignone, la invitò nel gran­de palazzo adiacente alla chiesa di San Lorenzo in Da­maso. Brigida accettò l’invito e si trasferì con i suoi accompagnatori nel vasto appartamento al primo piano, dove abitò per quattro anni.

Come trascorreva le sue giornate a Roma la princi­pessa svedese? Dormiva otto ore, le quattro ore prima della mezzanotte e le quattro dopo la mezza­notte. Quat­tro ore per pregare. Due ore per il pasto di mez­zogiorno. Sei ore a lavori neces­sari, consentiti o richiesti. Due ore per i vespri, la preghiera della sera e altre pre­ghiere. Ampio spazio avevano nella sua giornata an­che le visite ai luoghi sacri romani, in particolare le sette chiese e le catacombe della via Appia.


Nel XIV secolo Roma era una città  trascurata e in decadenza. Alle devastazioni del terremoto del 1348 che aveva provocato pesanti danni ai monumenti e al­le abitazioni, si aggiungeva la difficile situazione in­terna: ruberie, brigantaggio, estrema libertà  di costumi. Ciò era in gran parte dovuto all’assenza del papa e all’anarchia che ne conseguiva. Roma era anche di­laniata dalle lotte tra i Colonna e gli Orsini e coinvolta nelle sommosse di Cola di Rienzo.

I pellegrini che visitavano le tombe degli apostoli venivano aggrediti e derubati, alle donne veniva usa­ta violenza. Le chiese di Roma erano in rovina. In San Pietro e in Laterano le greggi pascolavano nell’erba che arrivava fino all’altare. Sulle colline del Campidoglio veniva coltivata la vite, il Foro era stato trasformato in orto e pascolo, gli obelischi egiziani giacevano a ter­ra, spezzati e semisepolti. “I santuari della città  — scrisse la santa -, dopo che i tetti sono crollati e le porte di­velte, sono divenuti le latrine di uomini, cani e bestie. Un tempo c’erano dei santi… Oggi però si è colti da tristezza vedendo come sono degradate e non più seguite queste rego­le che un tempo Agostino, Domenico e Francesco sta­bilirono per ispirazione dello Spirito Santo…”

Faceva molte elemosine ma altre volte lei stesse aveva bisogno di chiedere elemosina. Non si vergognò di farlo insieme ad altri mendicanti davanti alla chiesa di San Loren­zo in Panisperna.

Dopo quattro anni di soggiorno nel palazzo del car­dinale Hugo di Beaufort, Brigida fu costretta a cercare un nuovo alloggio per sé, la figlia — santa Cristina — e il seguito: Un inviato del cardinale le comunicò infatti, piuttosto bru­scamente, di liberare l’appartamento nel giro di un mese.

Una vedova romana di nome Francesca Papazzuri le offrì la propria casa nelle vi­cinanze di Campo dei Fiori e della chiesa di San Lo­renzo in Damaso. In questa casa, comoda, spaziosa e cinta da un solido muro, Brigida vis­se fino alla morte con la figlia e con i sacerdoti che l’accompagnavano.

Vado in piazza Farnese dove si trova la casa. Entro nella chiesa. Le suore brigidine sono in preghiera, cantano il vespro con solennità  e calma. Chiedo di visitare le stanze della santa. Mi invitano a suonare alla porta accanto alla chiesa. Una suora angelica (l’accento tradisce la provenienza nordica della suora, è finlandese) mi introduce nella stessa casa dove ha vissuto la santa, ora ampliata e ri­strutturata. Del 1300 sono rimaste soltanto due stanze, quella di Brigida e quella della figlia Caterina, entrambe trasformate in cappella. Il soffitto è quello di allora, per il resto le due stanze sono affrescatissime e il gusto è decisamente romantico) con scene della vita della santa. Tutto è ovattato da un’atmosfera rarefatta, quasi da favola. La suora diafana non mi permette assolutamente di fotografare. Lo capisco, guasterei quel clima d’incanto. E ricordo le parole della rivelazione: Io stesso voglio abitare nel tuo cuore. Ecco fin dove ti amo. I cieli e la terra e tutte le cose in essi contenute non possono contenermi; eppure voglio abitare nel cuore tuo, ch’è solo un pezzo di carne. Che dunque potrai temere allora e di che aver bisogno, se avrai in te Dio potentissimo, nel quale è ogni bene?”

(Fabio Ciardi, 23.07.2011)

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