Natale 2003 in casa Siani

L’ ultimo ritocco, la spina infilata nella presa, ed ecco capanna, casupole di pastori e cielo stellato illuminarsi come d’incanto.  Spengo  il lampadario per giudicare meglio l’effetto al buio ed ho un sussulto di gioia: sì, il presepe è riuscito veramente bello. Tutto è silenzio nella casa, Oreste dorme da un pezzo, e nella solennità  del momento, davanti alla Sacra Famiglia raccolta nell’umile capanna, mi vien facile immedesimarmi in quel primo Natale, dimentica di tutto: dei problemi di casa, di quelli dei nostri figli e nipoti, della malattia di mio marito…

Sfinita ma felice dopo aver lavorato per ore, febbricitante, contemplo il risultato dei miei sforzi, questo simbolo di amore e di speranza per ogni uomo al mondo. Ora sì, posso andare a dormire anch’io. Do un’occhiata  all’orologio: mamma mia, le tre del mattino!

Era accaduto tutto in una volta: a mio marito, peraltro già  soggetto a questo tipo di problemi, era venuta una depressione galoppante per aver chiuso con la sua attività  artigianale, dispiacere cui si era aggiunto – qualche giorno appena prima delle festività  natalizie – un intervento chirurgico alla prostata. Quanto a me, di riflesso attraversavo anch’io un periodo non felice: spossatezza, febbre intermittente, cui cercavo ad ogni costo di reagire.

C’era una cosa, infatti, alla quale non volevo assolutamente rinunciare: il presepe, che ero solita allestire ogni anno. Per me non è un fatto sentimentale, è davvero simbolo dell’immenso amore di Dio fattosi uomo per noi grazie al sì di Maria. E allora voglio prepararlo per tempo, intanto nel cuore, cercando di scoprire  come renderlo in modo nuovo, ad ogni edizione. Magari cambiando il fondale, aggiungendo o togliendo elementi e personaggi, studiando i minimi dettagli per raggiungere lo scopo.

E c’è un altro motivo, per cui prendo sul serio questa tradizione. I nostri figli, ciascuno dei quali vive ormai da tempo la sua vita, con scelte che sono state per noi causa, specie in certi momenti, di grandi sofferenze, alla fin fine ce li vediamo convergere – loro, conviventi e figli – alla nostra mensa per il cenone di Natale. Per i nostri nipotini, poi, è forse l’unica occasione di approccio ad un presepe e al significato che vi è annesso, dato che le loro case non presentano segni che rinviino alla religione.

Ho  come il presentimento che quest’anno il Natale sarà  particolarissimo. Già  nel tardo pomeriggio, mentre incalzano i preparativi per stasera, i primi cominciano ad arrivare. E venuta anche Simona, nonostante sia la ex di nostro figlio Pietro, con un dono delicatissimo: conoscendo il mio progetto di partire a febbraio per una missione umanitaria in Burkina Faso, mi ha consegnato un grazioso minuscolo presepe contenuto dentro una capanna africana.

Emanuela, la nostra primogenita, si presenta con i nostri amati nipotini Damiano e Alesia,  seguita poco dopo da Désiré. àˆ stata lei a invitare il suo compagno africano, anche se da qualche tempo si sono   lasciati, per esaudire il suo desiderio di  passare questa festa accanto ai figli.

Dopo i saluti, Désiré  ci chiede il permesso di invitare anche suo fratello Ousty, di passaggio a Roma, nonché una sua amica della Nuova Guinea, una ragazza madre con la sua bambina di nove anni, che qui non conoscono nessuno.

Che problema c’è? Do una rapida occhiata ad Oreste, al suo viso tra io sconvolto e il crucciato: dopo tanti anni di matrimonio non s’e ancora abituato a convivere con un vulcano come me. Ma lo conosco: al di là  dei suoi  brontolii e perplessità  ha un cuore grande così. E anche gli altri sono accolti. Comincia cosi ad ingrossarsi la fila di quelli che accorrono… alla “capanna” di via Auconi 1. Telefono a mio fratello Carlo per fargli gli auguri e lo trovo piuttosto giù di corda per i ricorrenti problemi con i figli. Un’idea: «Perché non venite tutti a cena da noi stasera? Daniele e gli altri non dovrebbero dir di no, sapendo quanto apprezzano le cenette di  zia Paola…». Dal tono gioioso della voce di Carlo sento che era la proposta che ci voleva.

Sempre più su di giri, mi accorgo che anche la febbre mi è salita. E già  una compressa per abbassarla. Devo riuscire a far tutto ugualmente. Sono troppo felice!  Meno male che tra poco arriverà  il nostro Pietro per aiutarmi a mettere a punto gli ultimi dettagli del menù. Intanto suonano al citofono. E Maria Chiara, l’altra nostra figlia, con Jaele, la sua amica israeliana. A proposito, m’ero dimenticata di dire che erano previste anche loro due. Entrano invece, in tre! Infatti s’è aggiunta Deborah, la sorella di Jaele venuta dalla Spagna. L’aria diventa sempre più effervescente. Cosa starà  pensando Oreste? Eccolo lì: coinvolto in questo clima festoso di saluti, di abbracci, di andirivieni dalla cucina alla sala da pranzo, non ha più tempo o voglia di rimuginare sui suoi malanni fisici e psicologici.

Arrivano anche Carlo e nostra cognata con i quattro figli: Daniele ha invitato anche Dà maris, la sua compagna che viene dalla Svizzera. Marco invece, pur di passare il Natale con gli zietti a cui vuoi molto bene, ha rinunciato ad andare dalla sua. Giacomo, il nipote più piccolo, è fuori di sé dalla gioia. E sua sorella Miriam, che ha tante difficoltà  di rapporto, da noi si scioglie (riuscirà  perfino ad animare una danza, coinvolgendo tutti). Ormai è tempo di apparecchiare la tavola, anzi le tavole (due appaiate, visto che siamo arrivati a ventun persone). E i piatti di ceramica, che non bastano per tutti? Per fortuna ne ho di carta, con decorazioni natalizie: tutto sommato, fanno più colore, più allegria. Finalmente   ci  sediamo per il cenone. Sul centro tavola spiccano un bel candeliere d’argento con  le candeline accese e una stella cometa in cartone e brillantini dorati con la scritta “La cometa si posa dove trova l’amore”. Mi sembra un miracolo ritrovarci così, con i trascorsi e le provenienze più diversi, eppur riuniti in un clima di miglia.

Verso mezzanotte la compagnia si scioglie. Dopo i saluti, io mi avvio alla funzione nella vicina parrocchia. Mi ci accompagneranno in auto Carlo e mia cognata. Con noi ci sono anche Désiré e i due bambini. Oreste invece andrà  difilato a letto, essendo ancora convalescente.

Appoggiato al cancello, noto la figura di un giovane vestito in modo particolare, il cui sguardo esprime una profonda tristezza. E’ un viado. Sono in quattro o cinque, questi giovani brasiliani, che abitano nei portoncino accanto ai mio. Con loro sono solita scambiare un saluto, un sorriso. Sono contenti che qualcuno li tratti bene. E sono gentilissimi: più di una volta mi è capitato di vedermi togliere il sacchetto della spesa dalle mani ed essere accompagnata fino all’ascensore da uno di loro. Questo però mi risulta nuovo. Mi viene spontaneo avvicinarlo: «Ciao, che fai lì tutto solo? Vieni a messa con noi, è Natale, nasce Gesù…». Mi guarda sorpreso e, indicandomi il suo abbigliamento, risponde esitante: «Ma… così?». In effetti devo guardarlo meglio per rendermi conto del suo look alquanto vistoso. «A Gesù non importa come sei vestito, guarda al tuo cuore…». L’altro non se lo fa ripetere due volte ed entra anche lui nell’auto già  pronta a partire. Staremo stretti, ma tanto il tragitto è brevissimo. Dopo una breve presentazione ai miei parenti, che conoscendomi non si stupiscono più di nulla, strada facendo gli chiedo: «Hai fatto gli auguri per Natale alla tua mamma?» E lui, nel suo italiano fantasioso: <<Non ho conosciuto né mia madre né mio padre. Ho solo una nonna a Rio». «Bene. Domani la chiami per farle gli auguri. Ne sarà  felice».

La chiesa è affollatissima, per fortuna riesco a trovare un posticino per me e i due nipotini. Lui, il viado, se ne sta in piedi dietro un pilastro, quasi a volersi nascondere. C’è un’atmosfera bellissima, tra luci canti e suoni di organo… l’aria genuina   del Natale. Al momento dello scambio della pace, il giovane mi si avvicina, mi abbraccia. Ha il volto rigato di lacrime…«Grazie, mamma Paola!».

Ed io di rimando, commossa: «Dio ti benedica e ti dia pace, figlio mio!».

Uscendo dopo la funzione, sopraffatta dalla stanchezza, devo appoggiarmi al suo braccio. Lui mi guarda meravigliato che non abbia ritegno a farmi vedere in familiarità  con uno come lui (in effetti, diversa gente ci sta guardando con una faccia…).

Durante il ritorno in macchina, resta silenzioso. Chissà  a cosa sta pensando. Gli chiedo: «Ma…hai mangiato?». Scuote la testa. «Dai, vieni su da me, qualcosa rimedieremo». Accetta, e in un batter d’occhio racimolo in un contenitore, per lui e per i suo amici, gli avanzi del cenone.

Sto crollando per la stanchezza e mi sento di nuovo salire la febbre. E’ proprio ora di andare a dormire. Prima però mi guardo allo specchio e scopro sul mio volto tracce di rimmel… quell’abbraccio in chiesa da parte di un figlio “diverso”, ma pur sempre figlio di Dio.

(a cura di Oreste Paliotti)

 

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