Tra i barboni del Tuscolano

L’iniziativa di Dino e amici per «fare di Roma una città  migliore, più umana».

Dove va Dino, c’è un ingegnere (bulgaro) che gira per strada con una scacchiera in mano. Lui insegna gratis a giocare a scacchi, a chi vuole. Difficile dire quanto altro possieda, a parte la scacchiera, la laurea e naturalmente il dono della gratuità . Di certo, non ha una casa. D’altra parte, è proprio per questo che sta lì, in quel posto dove va spesso Dino. E nello stesso posto, c’è anche una signora o una donna, o una ragazza (a guardarla non si capisce più bene) che va in giro tutto il giorno con un coniglio nella sua gabbietta. Proprio come fanno le “signore” col gatto, sui treni. Lei ha salvato lui (il coniglio) dalla strada, fermo restando che non è che sia tanto facile trovare un coniglio per strada, a Roma — la città  dove Dino vive. Ma, fatto sta, lui (il coniglio) ha trovato lei, e lei l’ha adottato. Da quel giorno, racconta Dino, vivono sempre insieme.

Siamo in una delle principali stazioni ferroviarie di Roma, la stazione Tuscolana. Qui è pieno di persone che non hanno una casa. Gente di passaggio. Un giorno Dino, passando proprio da lì, si imbatte in qualcuno che gli chiede: «Mi paghi un caffè?».
Dino, allora, che di persone così ne incontra tante, si rende conto che c’è bisogno di fare qualcosa per loro. Ne parla coi suoi amici, con i parrocchiani, con gli amici dei Focolari, dicendo a tutti la stessa cosa: c’è bisogno di fare qualcosa.
«Volevamo contribuire — dice Dino — a fare di Roma una città  migliore, più umana. Roma deve essere la città  dell’amore. E l’amore è qualcosa di concreto. Ho notato che già  c’era un gruppo che portava da mangiare ai senza casa che gravitano intorno alla stazione Tuscolana, allora mi sono informato meglio e ho saputo che il sabato e la domenica non avevano nessuno che potesse portare un pasto. Mi sono voluto rendere disponibile, e un giorno, da solo, ho preparato venti panini e sono andato a portarli alla stazione».
Una settimana dopo, i panini già  diventano sessanta, perché nel frattempo si sono aggiunte altre persone. Poi si sono fatte avanti quattro famiglie, poi ancora altre quattro, disposte a far da mangiare. E poi una trentina di ragazzi della Misericordia. Così, dai panini si è passati a una cena vera e propria: primo, secondo, contorno, frutta, bibite, ogni sabato e domenica. Oggi, dal caffè offerto da Dino, si è arrivati a circa 250 persone per le quali viene preparato un pasto completo.
Ma il problema, allora, nel frattempo è diventato solo uno: lo spazio. Dove li cucini, infatti, quindici chili di pasta? «Non si può fare a casa perché non c’è abbastanza spazio. Ma abbiamo conosciuto delle suore, che ci hanno messo a disposizione le loro cucine». E tutte le sere, quando Dino arriva con pentole, sugo pronto, e i suoi quindici chili di pasta da cuocere, le suore gli fanno trovare l’acqua già  bollente sul fuoco.
«Nel frattempo un supermercato, il Todis di Fiano Romano, ha fatto con noi una convenzione. Ogni settimana ci dà  merce invenduta che scade da lì a breve». L’anno scorso Dino e i suoi hanno ricevuto viveri per 250 mila euro.
«Ma quello che ci dà  il supermercato è sempre più di quello che ci serve. Abbiamo organizzato allora, parallelamente, la distribuzione di generi alimentari a vari istituti, che ne hanno bisogno. Un giorno, poi, una signora che adesso collabora con noi, è andata al mercato per comprare quanto necessario per 250 persone. Il suo negoziante gli ha chiesto che cosa ne avrebbe fatto di tutta quella roba. Lei gli ha raccontato della mensa per i senza casa. Il negoziante, allora, si è subito appassionato all’iniziativa. Ha fatto il giro di tutti i banchi di frutta e verdura del mercato dei suoi colleghi, ottenendo da ognuno qualcosa. Adesso si è offerto anche di preparare ogni settimana il cuscus per gli arabi. Anche perché, tra l’altro, ci sono anche tanti musulmani: allora stiamo attenti non solo a non dare a loro carne di maiale, ma anche a non cucinare con lo stesso mestolo».
A questo punto, restava un ultimo problema: le cene si svolgevano inizialmente all’aperto, con qualsiasi tempo, pioggia compresa. «Ora tutte le domeniche mangiamo al coperto, grazie a un parroco che ci ha messo a disposizione una grande sala». Quel parroco ha impostato l’intera pastorale parrocchiale sul servizio alle persone che non hanno casa. Tanti della parrocchia collaborano portando da mangiare, vestiti, quello che serve. Dino mangia con i suoi “ospiti”, ogni domenica sera, «perché così — se vedono che la mangio anch’io — capiscono che è roba buona».
Una volta uno di loro gli chiede se può procurargli una tenda per lui e per gli altri suoi compagni. Una tenda da sei, insomma, possibilmente. «Io gli dico: mi hai chiesto questa tenda, e io ti dico di sì. Era di sabato. Domenica sera, mentre scendevo con le pentole per caricarle in macchina, trovo di fianco all’auto due sacchi di plastica. Li apro. Dentro c’era una tenda da sei posti. In quell’occasione mi è venuto da pensare: ecco, vedi? Basta dire sì, e Gesù provvede a sé stesso da solo. Io ho detto di sì a Gesù, e lui ha provveduto a sé stesso da solo. Non ho dovuto far nient’altro».
Un’altra volta, era ferragosto, un altro chiede a Dino una coperta. Dino riporta l’esigenza ai suoi amici, tra cui c’è qualcuno a cui scappa anche un po’ da ridere. «Ma come — gli dicono —, vuole una coperta, a ferragosto? A Roma?». «Avete mai dormito in strada all’aperto?», fa Dino. Ma non gli resta che “incassare”. La mattina seguente, che quindi è il 16 di agosto, attraversando la strada vede due sacchi di plastica, lasciati lì. «Erano due sacchi di coperte. Loro, i miei amici, sono ancora rimasti di sasso!».
Incredibile.
Allora, chiedo a Dino: ma qual è il tuo segreto?
«Il segreto? àˆ facile: basta crederci!».
Stefano Cavallo
11 giugno 2010

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