(alcuni stralci dall’intervista)
don Enrico:
Sono don Enrico, ho 68 anni, 43 di sacerdozio.
21 anni fa, fui nominato parroco di una parrocchia che ancora non esisteva; in un quartiere in costruzione.
Avevo il mandato di formare una nuova comunità parrocchiale. Ma, come fare? Dove cominciare? Con quale progetto pastorale?
E’ vero che ero stato già parroco in un quartiere centrale di Roma, ma quell’esperienza non mi diceva più nulla. Qui era tutt’altra cosa.
Mi risuonava nella mente il canto dell’esilio: “Ora non abbiamo più né il tempio, né l’altare per il sacrificio…. Anche il sacerdote si aggira per il paese e non sa che fare……”
Infatti, qualche anno prima, io avevo smarrito la mia identità vocazionale. Marilena ha detto che lei aveva perduto il marito, la casa…. Io posso dire che avevo perduto Dio.
Ma Dio non aveva perduto me.
Anzi, mi stava preparando ad una nuova e più viva conoscenza di Lui.
L’incontro col Movimento dei Focolari, la frequentazione settimanale del focolare (vivevo una giornata alla settimana con loro), il legame sempre più profondo coi sacerdoti del Movimento, mi avevano fissato nell’anima una Parola del Vangelo: Ama!
Vuoi ritrovare Dio? (semmai l’hai conosciuto il Dio vero) Ama! Perché Dio è Amore. “A chi ama, io mi manifesterò”.
Ecco, io andai in quel quartiere con la gioia e la forza che mi veniva dal vivere questa Parola: Ama! L’unica cosa che stavo imparando a fare.
Non mi preoccupava il fatto di non avere la chiesa, anzi ero contento di quella sistemazione: c’era la possibilità di cominciare subito la costruzione, c’era un progetto già approvato, ma il terreno destinato alla costruzione era un po’ fuori, ai margini del quartiere. Preferii aspettare 12 anni, pur di avere il complesso parrocchiale, dov’è ora, nel cuore del quartiere.
Non mi importava, nel frattempo, nemmeno di non avere un’abitazione degna. Sì, il Vescovo mi aveva offerto di prendere un appartamento in affitto, ma preferii abitare sotto quel palazzo, nella chiesetta-negozio, ove aveva casa anche Gesù Eucaristia, e dove la notte qualche topolino saltellava sul mio letto.
Uscivo al mattino per andare… ad amare, a mettere in pratica la Parola di Vita.
Mi portavo alle fermate dello scuola-bus per augurare la buona giornata ai bambini e alle mamme che li accompagnavano.
Più volte al giorno ero al supermercato per incontrare la gente: nella fila alla cassa, facevo nuove conoscenze, proponevo a qualche mamma di fare la catechista, aiutavo qualche persona anziana a portare la spesa a casa.
Man mano altre persone si univano a quel primo gruppetto di cui ha parlato Marilena.
Così, attorno alla Parola vissuta e partecipata, si andava formando una comunità , piccola Chiesa in mezzo alle case degli uomini.
Marilena:
A sentire ora il nostro parroco, sembra che tutto era bello in quel periodo e che non abbiamo avuto alcun problema.
Invece un problema c’era e molto serio.
La nostra chiesetta negozio era alloggiata sotto un palazzo di 15 piani ove abitavano 60 famiglie.
Man mano che la comunità cresceva, molte famiglie cominciarono a lamentarsi del disturbo, per il via vai di gente, per i canti, le chitarre, gli applausi, a volte fino a notte tarda.
Infine, l’assemblea del condominio, seguendo l’iniziativa di qualcuno più battagliero, decise di passare alle vie legali. Seguirono proteste pubbliche, denunce e ripetute ispezioni della Polizia Municipale.
Il parroco fece presente la situazione al Vescovo e al Cardinale, i quali prima scrissero una lettera e poi ci misero a disposizione un bravo avvocato.
Ma noi eravamo tutti addolorati per la situazione.
Una sera, mentre discutevamo sul da farsi, uno del nostro gruppo fissando lo sguardo verso il parroco disse: “Ma il Vangelo cosa suggerisce in queste situazioni?” Allora ci ricordammo del versetto che dice: “Quando vai con il tuo avversario davanti al magistrato, lungo la strada procura di accordarti con lui…” (Lc 12, 58).
Così abbiamo consigliato al parroco di muoversi su questa linea, senza l’avvocato, anzi disposti anche a chiudere la parrocchia, se questa fosse stata l’unica soluzione per garantire la pace.
E tu cosa hai fatto?
don Enrico:
Sì, cominciai dall’ultimo piano, e nel giro di una settimana visitai tutte le famiglie del palazzo, una per una.
Avevo tanto timore, perché temevo qualche brutta reazione, soprattutto da parte di Giuliano, il condomino che abitava al 1° piano, proprio sopra la parrocchia.
Era un tipo un po’ nervoso e a volte ci aveva aggredito con minacce e bestemmie.
Ma io andavo a visitare le famiglie per chiedere scusa e trovare insieme una soluzione.
Ascoltavo le loro esigenze, i loro suggerimenti e ogni sera riportavo tutto in comunità .
Devo dire che trovai molta comprensione, da parte delle famiglie.
Ma quando arrivai al condomino del 1° piano, suonai alla porta con tanta paura. “Cosa vuoi?” mi rispose.
“Giuliano, vorrei parlare un po’ con te”.
Mi aprì la porta e mi disse: “Accomodati”. Ma era difficile guardarsi in faccia.
Non ricordo cosa dissi in quel colloquio. Ricordo soltanto che avevo addosso un gran sudore.
Ad un certo punto, Giuliano si alzò, mi alzai anch’io, venne verso di me e mi abbracciò. Mi disse: “Io, questo aspettavo, non le lettere dei Vescovi”.
Così la situazione è cambiata e si sono istaurati nuovi rapporti di reciproca comprensione.
Alcuni degli abitanti del palazzo sono diventati nostri collaboratori. Ad una famiglia affidai le chiavi della parrocchia.
E così siamo andati avanti per 12 anni.
Questa è la nostra piccola storia sacra, cha abbiamo cercato di raccontarvi con vera gioia, anche se con un po’ di emozione.
Ma questa storia non sarebbe completa se non vi svelassimo due segreti. Li chiamo segreti anche se sono conosciuti da molti, perché tutti possano rendere gloria a Dio.
Il primo segreto è questo.
Ho detto all’inizio che fui mandato in questo quartiere, ovviamente, dal vescovo, cioè dal Cardinale Vicario del Papa. E devo dire che con loro e con i vescovi ausiliari, ho avuto sempre un rapporto bello, di filiale e calorosa comunione.
Nello stesso tempo però io sentivo che ero mandato da un cuore di madre: da Chiara Lubich.
Era come se lo Spirito Santo, per mezzo del carisma di Chiara, mi dicesse: vai là soltanto per amare: ama tutti, ama tu per primo, ama come Gesù ti ama: fino a dare la vita.
Vivi la Parola, ogni giorno, non da solo, ma insieme ad altri.
E se arriva l’ora della prova, piccola o grande che sia, (un fallimento, una malattia, una situazione di incomprensione o di disunità ) allora preparati ad accogliere la grazia più grande: dietro ognuna di queste situazioni, potrai scoprire il suo volto, il volto di G.A.: abbraccialo e continua ad amare, perché è lui la fonte della vita.
Così è stato, così è tuttora. Ed è proprio questo il secondo segreto.
Da qualche anno, infatti, il volto di G.A. ha cominciato, mi sembra, ad illuminare la mia anima e a cambiare la mia vita.
Quando il complesso parrocchiale era in costruzione io vivevo in una euforia spirituale. Ogni giorno ero in cantiere, ed era una esperienza emozionante vedere come il progetto tanto studiato sulle carte, si stava realizzando giorno dopo giorno.
La costruzione durò tre anni.
Al terzo anno ero presentissimo perché era in corso la sistemazione definitiva delle opere interne.
Ma Dio all’improvviso volle fermare i miei passi e distaccarmi dalla sua opera.
Mi fu diagnosticato un tumore (uno dei più aggressivi, mi dissero i medici).
L’intervento chirurgico e un lungo periodo di convalescenza mi costrinsero a lasciare la parrocchia per due mesi.
La costruzione andò avanti, la comunità continuò a vivere e ad operare, mentre io dicevo a Gesù: ho capito, è tutta opera tua, la riconsegno a te: la chiesa fatta di mattoni e la chiesa viva, la comunità che è nata e cresciuta in questi anni.
Da allora il tumore ha continuato a farsi sentire. I medici lo tengono a bada prima con la radioterapia e poi con vari cicli di chemioterapia.
Ormai convivo con la mia malattia.
E’ veramente una grazia, che ogni tanto si fa sentire più forte.
E’ l’amore segreto che Dio padre ha per me.
E’ Gesù Abbandonato che vuole essere amato sopra ogni cosa. “Sei tu, Signore, l’unico mio bene”.
E nella misura in cui lo accolgo, lo abbraccio e lo amo, vedo che la mia vita cambia, si eleva; e vedo che la parrocchia cresce, va avanti; con la collaborazione di tutti e con la benedizione dei nostri Vescovi e del Santo Padre Benedetto XVI che nel mese di marzo di quest’anno ci ha fatto il dono della sua visita pastorale….
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