Mia amata nella salute e nella malattia

Anna e Rosario, un amore cresciuto proprio attraverso le prove che potevano dividerli.

Ti contemplo mentre stiamo pranzando, e mi dico: che cosa grande io e te, Anna, attorno a questo tavolo, nell’intimità  della nostra casa. Scarse le parole, lunghe le pause di silenzio, ma quale densità  di vita tra noi, che ne abbiamo passate di tempeste. Non chiedo altro che assaporare questa serenità , conquista d’ogni momento. A pensarci, il nostro affetto è di sempre. Come cugini prima ancora che come sposi. Dopo che eri rimasta vedova, verso dite che mi apparivi così indifesa avevo sentito nascere un amore protettivo, amore che a lungo andare è riuscito ad averla vinta sulle tue incertezze a dirmi quel sì. Così ci siamo sposati, non più giovanissimi. E da allora più di trent’anni di vita  insieme. Purtroppo senza aver avuto figli, il nostro cruccio per tanto tempo.

Fragile, mi apparivi; ma al tempo stesso severa: per quel senso del dovere, frutto dell’educazione paterna, che ti portava ad essere così esigente, quasi spietata, con te stessa.  Quanto avrebbe pesato nelle successive prove!

Viceversa, nella mia vita hanno gravato moltissimo le responsabilità  del lavoro. Quel lavoro che, dalla provincia di Latina, ha portato me – e te di conseguenza — al sud. Ricordi? quel grosso appalto per il quale mi era stata affidata la direzione di un cantiere sull’autostrada Salerno -Reggio Calabria.

Siamo andati a vivere a Salerno, pressappoco a metà  strada tra Polla e Napoli, dove tu hai continuato a fare l’assistente sociale. L’amavi il tuo lavoro, ne eri gratificata; e quando hai dovuto rinunciare ad esso – anche in seguito alle pressioni dei tuoi, preoccupati dal tuo stato di salute -, qualcosa si è rotto in te, un equilibrio che nessuno di noi pensava così delicato. Primo fra tutti io, troppo preso dal mio lavoro per rendermene conto.

Poi il trasferimento a Brindisi, in un cantiere “difficile” anche per problemi interni alla società  da cui dipendevo. Lì il lavoro è aumentato vertiginosamente, 13-14 ore al giorno, senza risparmiare la domenica. Dopo pochi mesi, con la prospettiva di essere mandato in Arabia Saudita, ho preferito accettare l’offerta di quella piccola impresa milanese, produttrice di prefabbricati industriali, che mi chiamava a dirigere un suo stabilimento a Foggia. Non c’erano confronti rispetto al gigante che lasciavo, ma per noi era la tanto sospirata stabilità .

Nella nuova sede, sono ripartito con entusiasmo (tu mi conosci!); e lavorando sodo, nel giro di un paio di anni da un capannone son diventati quattro, con più di 200 operai. Fino alla brusca frenata, sul finire degli anni Sessanta, per la crisi economica. Tra calo di lavoro e concorrenza di altre ditte, siamo andati avanti finché è stato necessario ridimensionare l’impresa.

Nel frattempo, dopo la morte di mio suocero, tua madre era venuta ad abitare con noi. Questo comportava nuovi problemi, soprattutto per te, che – in un periodo particolarmente critico legato all’età  – eri costretta a ricorrere a cure neurologiche.

Come conseguenza dello stress dovuto al licenziamento di circa un terzo degli operai (triste compito toccato a me) e a circa un anno di lotte sindacali hanno dovuto ricoverarmi d’urgenza per un’ulcera. Era il gennaio del `78. E allora è toccato a me crollare, io che m’ero fatto come scopo nella vita di sostenere te. La ripresa è stata lunga stentata. Sfido io: c’era di mezzo anche un’ epatite virale!

Ma ormai per la società  ero diventato un ferro vecchio da mettere da parte. Così, chiuso amaramente con l’impresa un rapporto che durava da ben 10 anni, nel novembre di quell’anno ci siamo trasferiti qui a Roma, dove avevamo questo appartamento.

Era soprattutto per te, che avevi tanta nostalgia della città  dove avevi trascorso la tua giovinezza: forse la tua salute ne avrebbe tratto giovamento. E in effetti, inizialmente, così è sembrato, mentre cercavi di riallacciare il rapporto con le poche ma sincere amicizie di un tempo.

Quanto a me, pensionato a 54 anni dopo decenni di intensa attività , avevo bisogno di trovare un nuovo equilibrio, magari un nuovo lavoro: per continuare a sentirmi utile e non tanto per bisogno (la mia pensione d’invalidità  e qualcosa messa da parte negli anni in cui avevamo lavorato ci consentivano comunque un’esistenza dignitosa).

Un nuovo lavoro sì, ma senza scendere a compromessi: figurarsi, dopo una vita all’insegna della correttezza e dell’onestà ! Solo che non ho trovato nulla. Avrei voluto anche mettere al servizio le mie capacità  nel campo del volontariato. Mi dicevano sempre: vedremo.., le faremo sapere… Tante cortesie, ma poi… Finché, lo sai, mi sono stancato di cercare. Nel mio avvilimento non mi accorgevo di quanto tu soffrissi e non riuscivo ad essere utile neppure a te, i cui sbalzi di umore sempre più frequenti e acuti erano chiaro indice di un peggioramento.

In quel periodo abbiamo consultato non so quanti medici; finché hai imboccato la strada degli psicofarmaci, coi quali si tentava di attenuare le fasi cicliche di depressione ed esaltazione. Purtroppo non c’è stato giovamento, e questo ha comportato una scelta dolorosa: ricoverare tua madre in una casa di riposo, non potendo noi tener testa contemporaneamente a due fronti. Chi poteva immaginare che dopo poco più di un anno lei sarebbe morta? Di qui nuova esca per la tua depressione, per un rimorso cocente.

Poi nell’82 l’incontro provvidenziale con quel conventuale francescano, fra Pacifico, grazie al quale mi sono risentito utile dedicando un po’ del mio tempo alle attività  caritative del suo ordine. Qualche anno dopo è dovuto partire da Roma; prima però mi ha “affidato” a gente che, a sentir lui, avrebbe fatto le sue veci spirituali: focolarini, li chiamavano. Era l’estate dell’85, ricordi? Ma tu non partecipavi con me a quell’esperienza per me nuovissima, e questo dice quanto il tuo stato di salute stesse  scavando  tra noi un solco profondo. Dalle nuove amicizie fatte ricevevo un sostegno grandissimo, anche se il peggio doveva ancora venire ed io non ero assolutamente in grado di farvi fronte. Un po’ come don Chisciotte contro i mulini a vento, lottavo come potevo per aiutarti e a mia volta non farmi distruggere dalla tua personalità  alterata. Com’eri diversa, Anna, da quella che avevo conosciuto, e come quell’affetto che avevo nutrito per te, a contatto con la furia che a volte t’invadeva, si tramutava mio malgrado in risentimento! Senza contare le ingerenze di altri intorno, di chi non capiva la tua situazione e arrivava a giudicarti. Il culmine di questa prova lacerante, è  stato quando – ormai nove anni fa – siamo arrivati a separarci temporaneamente. Lo dovevo fare, intanto per sopravvivere: solo così avrei potuto pensare di poterti essere ancora utile. Tu intanto trascinavi il fardello dei tuoi mali lontano da Roma, ospite prima di un fratello, poi dell’altro.

Che dire di quei cinque-sei mesi in cui siamo stati distanti, anche se punteggiati da telefonate? Tra sensi di colpa e di impotenza, il pensiero correva sempre   a  te. Se vivevo qualche momento bello, sereno, spontaneamente mi venivi in mente tu, con cui avrei voluto condividerlo; e ti pensavo non come t’eri ridotta ultimamente, quasi una nemica dite stessa e mia, ma nei giorni felici di quando ci eravamo amati.

Intanto però, senz’altro per la nuova confidenza in Dio da quando s’era stretto il contatto con il focolare, mi rendevo conto che dovevo mettere da parte il mio orgoglio e credere di più nella potenza del sacramento del matrimonio. Ricordavo spesso quella promessa di fedeltà  nella salute e nella malattia. Tu ora rappresentavi per me Cristo sofferente, nella veste di uno che “sragiona”: inutile cercare di amarlo altrove. Non avevo il potere di guarirti, ma restandoti accanto avrei potuto essere per te almeno bastone perché non inciampassi, occhi perché vedessi dove porre il passo successivo, nel faticoso cammino di ogni giorno.

Così fino a quella telefonata in cui ci siamo dichiarati di nuovo il nostro amore e la nostra decisione di tornare a vivere insieme. Da allora, anche con l’aiuto di famiglie amiche (una vera cura ricostituente gli incontri con loro!) quante cose ho imparato e ancora continuo a imparare. Ad ascoltare, ad esempio, a non pretendere di aver ragione io. A cercar di capire cosa mi chiedi o con uno sguardo, o con un silenzio; e quando non ci riesco, a farti almeno un sorriso, una carezza.

Oggi. grazie a Dio e ad una cura più azzeccata, omeopatica, s’è stabilito in te un sia pur delicato equilibrio; quanto a me,  avverto una “grazia” che prima non avevo per continuare la nostra vita in comune. Quando tu, me presente, racconti a qualcuno come mi sacrifico per te «in modo ammirevole, con tanta pazienza, in tutto e per tutto», mi fai venire un nodo alla gola. A me sembra così poco rispetto a ciò che meriteresti; quello che tu chiami sacrificio in realtà  non mi pesa.

Tutto questo, mia amata, mi passa per la mente oggi, mentre stiamo pranzando. Che importa se la minestra ha poco sapore? Questo stare insieme mi sembra già  un miracolo, di cui esser grati ogni momento.(Raccolto da Oreste Paliotti – 1999)

 

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