Progetto Sempre Persona

Ridare dignità 

 

Volontari e anche ex detenuti accanto a chi sconta una pena e alle loro famiglie

 

Alfonso riesce a portare Dio dentro i corridoi bui del carcere. Riesce a vedere Dio nei galeotti, negli abbandonati, in chi a volte tenta anche di approfittarsi della generosità  altrui. Da dodici anni Alfonso, insieme ad altri volontari del “Progetto sempre persona”, che fa riferimento a Famiglie Nuove, si dedica al reinserimento degli ex detenuti del carcere romano di Rebibbia. «Li andiamo a trovare in carcere. Siamo una ventina di volontari: professionisti, anche ex detenuti, membri della comunità  Nuovi orizzonti. Visitiamo le loro famiglie. Stabiliamo dei rapporti che continuano anche dopo che sono usciti di prigione. Spesso è gente povera, anche di valori. Noi li andiamo a trovare e portiamo loro generi alimentari».

“Progetto sempre persona” «perché — come spiega Alfonso — anche se hanno commesso dei reati, anche se hanno sbagliato, i detenuti che incontro sono sempre persone. Cerco di condividere le loro sofferenze, le preoccupazioni che si portano dentro per le loro famiglie rimaste senza mezzi, insomma cerco di essere positivo. Col tempo i detenuti si aprono con noi, si stabilisce un rapporto sempre più di fiducia».

Alcune famiglie di ex detenuti sono ora entrate nel Progetto, diventando assistenti a loro volta. «Noi intanto lo diciamo subito — continua Alfonso — perché può capitare che ci chiedano tante cose: un che non aveva tempo. “Adesso sono in carcere, sono divorziato: mia moglie aveva ragione. Ma voglio cambiare stile di vita”».

Tra i detenuti in contatto con Alfonso c’è anche Claudio. Quando l’ha conosciuto, era in cella di isolamento. Si stava lasciando morire; non si lavava più, aveva la barba e i capelli lunghi. Quando gli altri detenuti passavano davanti alla porta della sua cella, sputavano per terra. «Voleva morire — racconta —. “Che campo a fare?”, diceva. Nella vita fuori era un colonnello, e aveva anche la laurea in architettura. Gli ho detto che la vita può diventare interessante solo se si vive per fare qualcosa per il prossimo. E lui, allora, ha cominciato a salutare con un “buongiorno” tutti quelli che vedeva passare dallo spioncino. Poi è successo che due persone si sono fermate a parlare con lui. Era la prima volta che gli succedeva. Due settimane dopo l’ho incontrato di nuovo. Già  si era ripreso, e il numero di quelli con cui parlava era aumentato. Adesso è agli arresti domiciliari, ha ricominciato a lavorare da casa, si è sposato e ha deciso di mettere in pratica i miei consigli. “Regali un sorriso — mi ha detto — e ne ricevi dieci”».

A raccontare la storia di Dennis è Salvatore, uno dei volontari del Progetto: «Dennis ha alle spalle una famiglia difficile. Abbandonato a tre anni d’età , da allora è stato ospitato in diverse case famiglia. Ora è sposato e ha un bambino di quattro anni. àˆ uscito di prigione da poco, ma la moglie l’ha buttato fuori casa perché non riesce a trovare lavoro. Una volta ha dovuto dormire sul lavoro, denaro, aiuto. Ma noi non abbiamo niente da dare di tutto questo: non veniamo a risolvere i problemi. Noi abbiamo solo un pacco con dei viveri e basta. àˆ Gesù che pensa a tutto il resto».

Due sono le cose che il “Progetto sempre persona” offre ai suoi assistiti: la dignità  e la felicità . Le uniche due cose che non si possono comprare da nessuna parte. «Col tempo i detenuti con cui siamo in contatto cambiano, perché si sentono amati. Dentro di loro nasce uno spirito nuovo. Li vedi disponibili all’altro. Chiedono che cosa possono fare per cambiare vita».

Alfonso non è proprio, come si direbbe, uno che si dà  delle arie. «Io sono un poveraccio — dice —. Non ho studiato, però so una cosa: che l’amore cambia la vita, e le persone diventano felici. E per me la dignità  è questa: quando una persona capisce da sé che l’importante è amare. Io sono l’ultimo, ma ho questa certezza: che il Vangelo vissuto è la strada giusta. àˆ la felicità ».

Alfonso conosce in carcere tanti detenuti. Uno lavorava nel campo della moda. «Aveva le tasche sempre piene di soldi — spiega — e aveva case, macchine di lusso, tutto quello che poteva desiderare; ma non era felice. Diceva sempre a sua moglie: “Chiedimi quello che vuoi e io te lo compro”. Lei voleva che suo marito l’accompagnasse in giardino per fare una passeggiata, e lui rispondeva sempre pianerottolo della casa di suo padre, che non lo ha fatto entrare.

«àˆ difficile per un ex detenuto trovare un impiego, anche perché spesso non sanno come comportarsi nel mondo del lavoro. Io da anni mi portavo dentro il famoso “non giudicate per non essere giudicati”, finché non ho incontrato persone come Dennis, con le loro situazioni. Vorrei far vedere queste realtà  anche a mia moglie, che pensa più ai suoi impegni, alla palestra, e che magari si arrabbia se mi dimentico di comprare il pane. Sono cose importanti, certo, ma dopo questa esperienza assumono un peso secondario. Un giorno siamo riusciti a far capire a Dennis che se voleva trovare lavoro doveva cercarselo da sé. Si è riconciliato con la moglie. Ha risposto ad un annuncio in cui si diceva che cercavano fotografi per un circo, a Torino. L’hanno accettato. In questo momento è in treno per Torino».

Ma il difficile, a volte, non è solo saper dire di sì. àˆ anche più difficile saper come dire di no. «Non c’è qualcuno che si approfitta di voi?», chiedo. «Sì, succede. Tanti tendono proprio a questo — spiegano Alfonso e Salvatore —. Ma noi pensiamo: “àˆÂ un momento così, si devono riprendere”. A volte devi far fare a loro dei piccoli passi. Anche se se ne approfittano, gli vuoi bene lo stesso».

Come dire: la grande pazienza, parafrasando l’illuminista Georges Buffon, non è altro che il genio.

 

Stefano Cavallo (Città  Nuova, 09.03.2010)

 

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